Un ringraziamento speciale a Maria Grazia di Corso
Racconto d' Inverno
New York Anno Domini 1824
Stavo camminando in Pearl st.,all'angolo
con Wall st. alle 6 della mattina, di fronte avevo la sede della marina dove mi avevano rifiutato, in quanto non ero proprio del mestiere e
non dirò altro.
Ero appena uscito da casa di Monica.
Ero appena uscito da casa di Monica.
Le mie tasche erano vuote fatta eccezione per la pipa che accesi. Camminai per un centinaio di metri verso
i battelli per Brooklyn.
Sentii una brezza invernale
venirmi incontro e si portò via una lingua di fumo.
Mi accorsi che l'aria era accompagnata da
un profumo di donna. Mi fermai e dopo poco come dal nulla sentii una voce bassa da dietro le spalle.
Mi girai di scatto e vidi il più bel viso che avessi mai visto.
Una ragazza con un lungo mantello.
Il suo aspetto era nobile e fiero.
Il suo aspetto era nobile e fiero.
Gli
occhi grandi le brillavano come le stelle del cielo, la bocca era bella e le
sue labbra mettevano una certa voglia di mordere.
I capelli erano una cascata di ali di corvo e le cadevano sulle spalle quasi a confondersi con il mantello.
I capelli erano una cascata di ali di corvo e le cadevano sulle spalle quasi a confondersi con il mantello.
Aveva un'aria profondamente triste, sembrava sull'orlo di piangere e per
un attimo si accorse che avevo capito.
Feci un passettino di lato e lei mi oltrepasso.
Restai con lo sguardo
piantato sul muro di fronte e la pipa in mano, fermo ad annusare l'aria per potermi ricordare di tutta la vita felice che avrei voluto vivere.
Ad un tratto mi sentii fissare da un
giovane rampollo appena uscito da una caffetteria.
Ricordai a me stesso chi ero e che prima di rientrare dovevo ancora passare da Molly Beth, una signora che da quando suo marito era scappato con un altra, aveva deciso di non uscire più di casa.
Ricordai a me stesso chi ero e che prima di rientrare dovevo ancora passare da Molly Beth, una signora che da quando suo marito era scappato con un altra, aveva deciso di non uscire più di casa.
Quindi mi rimisi a camminare contro vento verso i moli della New Line.
Quella mattina New York era fredda, qualcuno incominciava ad affacciarsi ai cancelli delle fabbriche per iniziare la giornata mentre io tirai su il bavero del
cappotto e mi affrettai a raggiungere Molly.
Non riuscivo a togliermi dalla testa lo
sguardo di quella ragazza.
In un attimo arrivai da Molly.
Il suo palazzo non si distingueva dagli
altri, se non per il fatto che di fronte era senza marciapiede.
Dove i negozi e le vetrine finivano iniziavano ad esserci sassi, fango e salsedine nell'aria, voleva dire che eri vicino alla
casa della Signora Beth e all'Oceano.
Il marito lo conoscevo perché era l'unico contrabbandiere di tabacco da cui si riusciva a comprare un oncia di Perique della Lousiana a meno di un quarto di dollaro.
Il marito lo conoscevo perché era l'unico contrabbandiere di tabacco da cui si riusciva a comprare un oncia di Perique della Lousiana a meno di un quarto di dollaro.
A quell'epoca i battelli della New Line
sulla East River lavoravano giorno e notte. Su uno di quelli il Signor Beth
aveva incontrato una ricca vedova della Carolina del Sud e con lei aveva
progettato la fuga lasciando sola la moglie.
Il tempo Molly lo passava a ricamare gatti
su centrini da tavola, su tovaglie, fazzoletti e su qualsiasi altro angolo di
stoffa che potesse avere un gatto ad abbellirlo.
Ne aveva anche uno in carne ed ossa, si chiamava Jefferson come il vecchio presidente, era nero e poco socievole.
Ne aveva anche uno in carne ed ossa, si chiamava Jefferson come il vecchio presidente, era nero e poco socievole.
Siccome Molly non aveva figli, di tanto in tanto le andavo a tenere compagnia e quando ne aveva bisogno le pulivo la canna del camino.
Cucinava zuppe fantastiche che erano la mia colazione preferita.
Arrivai davanti al vecchio
edificio in mattoni rossi, la porta di legno prima delle scale era aperta.
Dagli ultimi scalini vidi l'ingresso della casa socchiuso.
Entrai piano, quasi a volerne restare fuori, e insolitamente mi venne incontro Jefferson miagolando, rauco. I carretti che stavano iniziando a sferragliare sulla strada fuori casa mi fecero trasalire.
Dagli ultimi scalini vidi l'ingresso della casa socchiuso.
Entrai piano, quasi a volerne restare fuori, e insolitamente mi venne incontro Jefferson miagolando, rauco. I carretti che stavano iniziando a sferragliare sulla strada fuori casa mi fecero trasalire.
Guardai il camino,
spento, la legna della scorta, finita.
Diedi un' occhiata intorno e non notai nulla di insolito, tutto era in ordine.
Spalancai con un piede la porta della
camera da letto. Quando vidi il letto rifatto, senza nessun morto sopra o
impiccato al soffitto, tirai un sospiro di sollievo.
Jefferson continuava a miagolare
implacabilmente e dentro di me pensavo che me lo sarei anche potuto mangiare per la fame che avevo, ma sapevo che non ne
avrei mai avuto il coraggio.
Mi sedetti sulla sedia di Molly, in cucina,
di fronte alla finestra che dava sul molo e mi caricai la pipa aspettando di
capire perché mi trovassi solo in quella casa.
Nonostante tutto, continuavo ad avere in
mente lo sguardo di quella ragazza che non lasciava spazio ad altri pensieri.
Mi alzai di scatto come se avessi avuto un
intuizione.
In realtà guardai nella ghiacciaia per vedere se c'era qualcosa da mangiare.
In realtà guardai nella ghiacciaia per vedere se c'era qualcosa da mangiare.
Trovai della carne, la annusai e la misi
dentro un pezzo di carta ma prima ne tagliai con coltello un pezzetto per
Jefferson e lo misi per terra. Lui
venne subito e si pappò tutto in pochi
bocconi. Rovistai ancora in qualche cassetto per trovare del pane e trovai
anche quello.
Con la zuppa avrei potuto
fare proprio una bella colazione.
Presi pane e carne, diedi uno sguardo alla finestra e poi al gatto e mi avviai a passi veloci
furi di casa.
Feci le scale di fretta, come un
ladro ed una volta in strada mi sentii libero.
L'aria mi gelava le gote del viso e le mani.
Camminai senza meta fino a raggiungere i
moli.
All'orizzonte triangoli bianchi si
muovevano lentamente ed alcuni si perdevano dietro il pallido sole di Dicembre.
Un battello a vapore fischiava la sua nota
solenne che risuonava nell'aria spaventando i gabbiani appollaiati sulla
banchina.
Avevo le mani infreddolite, guardavo il cielo e mi sembrava di
essere parte di esso. Ad un tratto nell'aria sentii un profumo familiare, l'odore di poco fa. Mi voltai, lo feci lentamente togliendomi la
pipa dalle labbra. Ritrovai di fronte a me gli stessi occhi, che come i miei guardavano le vele e l'Oceano. La ragazza era
esausta.
Vedevo il suo respiro affannato ed il mio. Feci appena in tempo a sostenerla quando cadde in avanti svenuta.
Sentii il peso del suo corpo sugli avambracci, i mie
pensieri si confondevano con il suo profumo.
Nessuno sembrava badare a noi.
Mi chinai sul ginocchio sinistro per poterle reggere il busto con la coscia
opposta. In quel momento sentii di restituire finalmente tutto l'amore che
avevo ricevuto da bambino e che conservavo gelosamente tra i ricordi.
Le scostai i capelli dal viso scorgendo
quei lineamenti che mi erano diventati in poco tempo così famigliari.
Presi la sua mano e glie la posai sul ventre. Provai a svegliarla accarezzandole la fronte. Non so dire
precisamente in quanto tempo rinvenne, ma ad un certo punto le sue palpebre si
schiusero e per la terza volta ci guardammo.
Mi mise la mano libera attorno al collo e
si aiutò ad alzarsi. Ci ritrovammo in piedi uno di fronte all'altra.
Ad un tratto la sua bocca si mosse e nel
freddo sentii vibrare un “Grazie”.
Provai una sensazione
confusa, arrossii, credo.
“Non è un problema, vi sentite meglio?”
“sì.” Disse.
Tra di noi ci fu
comprensione e silenzio.
Poi chiesi: “ Posso accompagnarti a casa?”
Non rispose. Lessi nei
suoi occhi una richiesta di aiuto. C'era qualcosa nel suo sguardo che gridava
“Salvami”.
“Salvami”.
“ Vieni da me.” Le dissi.
Rimasi stupito di me stesso quando lei annuii,
la vidi con l'immaginazione, per un attimo, sdraiata tra la mie lenzuola con il sole bianco che attraversava i vetri della mia stanza.
Rimasi stupito di me stesso quando lei annuii,
la vidi con l'immaginazione, per un attimo, sdraiata tra la mie lenzuola con il sole bianco che attraversava i vetri della mia stanza.
Scacciai questi pensieri
dalla testa e le porsi il mio braccio che afferrò saldamente stringendosi a me.
Abitavo dall'altra parte di Manhattam, in
una casa all'ultimo piano di fianco alla Babbit Soap Factory.
Ci mettemmo in cammino verso Brodway per
attraversare Greenwich e prendere poi Rector st.
Restammo in silenzio sino a metà strada,
camminammo come sotto una campana di vetro, il mondo attorno a noi era
distante. Rimasi concentrato ad ascoltare il ritmo del suo fiato e ogni tanto
la stringevo più forte.
Lei camminava a testa bassa, i nostri passi
erano sicuri tenevamo il tempo con il rumore sordo delle scarpe sul marciapiede.
Quando passammo di fianco ai lavori della
Trinity Church lei si fermò, lasciò il mio braccio e si fece il segno della
croce. Entrambi restammo qualche istante a guardare la cappella di Saint Paul.
Quando ci trovammo all'angolo con la
vecchia fabbrica di carbone, camminammo ancora per trecento metri ed eccoci
finalmente arrivati.
A quel tempo la mia casa non era che una piccola stanza con il pavimento in legno composto da un unico ambiente. Il letto
era un semplice lenzuolo di paglia per terra, di fianco al muro maestro. La cucina
tedesca in ghisa nera si trovava accostata alla parete di fronte.
Avevo anche un camino e tra quello e una
grande finestra c'era la mia scrivania.
Lei si introdusse discreta in casa ed io
chiusi la porta dietro le nostre spalle.
Infilai una mano in tasca ed estrassi la
carne ed il pane per poggiarli sulla stufa e vidi che la ragazza si diresse
verso la finestra, con fare garbato prese in mano un foglio della scrivania, lo lesse con gli occhi, sorrise, le piacque.

