Scrivo
nei meandri dei portoni, bui, tristi, per le strade lucide, tra
immondizia puzzolente, con l'arido vento che secca la pelle. Il sale
negli occhi. Nulla di buono. Sognare piangendo di piangere; traduci
questo povero coglione! Scrivo: un gesto misero che mi indolenzisce
le spalle, svuota le viscere come il più crudo tra i Seppuku, così
inviolabile sul monte viola battuto da un sole di spazzatura. Posso
pensare e allora penso: contraggo i muscoli, strappo gli occhi al
fuoco. Il ferro. Apatia generale, merda nei cuori. Mani beote si
stringono tra i banchi di chiesa, mentre mendicanti stranieri
aspettano le vostre fottute pensioni all'uscita della predica. Un
povero cristo pederasta laido e bugiardo. Impaziente figlio di
puttana. Aspettiamo la vecchiaia consumando i marciapiedi, i gradini
del solito bar. Succhiamo la vita attraverso tubicini vaporosi e
vaporanti mentre i figli piangono i nostri peccati e le nostre
imperdonabili disattenzioni. Continuiamo a mandare i giovani a
scuola, così, ché qualche professore “signorina” possa annoiare
i cervelli freschi ed esuberanti dei nostri ragazzi. Cristo
crocifisso dietro le nostre spalle e davanti ai nostri sogni, alle
nostre aspirazioni e desideri. Così, come un orgia, il Sabato sera
ci sbatte tutti per strada ad ubriacare e stordire queste anime
fiaccate, morte. Una maliziosa puttana ci mangia il fegato
servendoci da bere. I vecchi, sempre più soli, guardano inebetiti le
piaghe di Padre Pio. La Montalcini crepa centenaria, in televisione.
Pasolini lo hanno fatto morire a calci nei coglioni e Sodoma è solo
più un ricordo vacuo, lontano, felice. Armi e fuoco prendevano il
posto a pensiero e ragione quando la televisione soppiantava i nostri
sogni e noi guardavamo il mondo attraverso una finestra.
Così
per sbaglio, interventismo fatalista, crudele.
Spaziosa
prigione per le spoglie del Re e della Regina. Povero Micca, morto
scoppiato ed io, senza soldi, povero come Micca mi lavo i peli del
culo dopo aver cagato. Il sole si alza e tramonta tutti i giorni.
Bestia nera, morta ammazzata, il caprone salvato dal cacciatore
esperto in montagna; la volta del creato, l'aria sincera, assente. Un
pomeriggio presto, arrotolato in un tappeto d'erba venduto ai
golfisti di ultima generazione, così il mio piscio scroscia sulla
ceramica del cesso. Per questo elevato squasso mi ridono in faccia
volti meschini, occhi iniettati di sangue come gondole perdute nelle
acque ferme di una città morta. Così, soli, palpitiamo nel buio,
mentre le nostre volontà marciscono silenziose in cantina, al
fresco, umido di errori di codardia e fuochi di rabbia.
Stendo
gli stracci della malinconia fuori dal balcone di una casa senza
tempo. I tuoi occhi ormai stanchi e le tue mani tremanti di malattia
riescono ancora ad indicare la strada delle cose che dici. Ironico e
beffardo pretendi che le stringa divertito dalle tue cazzate. Vecchio
coglione, cane tra i cani, lupo tra i lupi. Ancora questi fiori non
si sono schiusi alle tue idiozie, si perdono però i petali della
Genziana Rigens che non vuole scoprire il colore del suo stelo.
Vinto, battuto da un vento invernale che mi gela i pensieri mentre le
dita cadono una ad una come la cenere del mio sigaro forte, buono,
sincero. Come quando la nebbia del primo mattino ti grida in faccia
che è lo stesso se crepi ai cento all'ora in tangenziale o se scopri
che sei un buono a nulla capace solo a riempire di parole l'aria che
respiri. Mio vecchio amico Drago, ubbidiente, vola incontro agli
stronzi e brucia i loro peli vetusti. Fanne un sol boccone. Dei loro
luccicanti pendagli, povero te, non potrai sfamarti però. Urlano
tutti facendo un gran chiasso senza che il mio mignolo si muova di un
millimetro ma la Tua voce, sola, mi ha scalfito il petto. Le mie
meningi prima ancora di nascere erano tra le natiche di Dio e Tu già
allora ti muovevi e ansimavi mentre dentro di Te si agitavano i
cazzi più diversi.
