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mercoledì 20 febbraio 2013

Monologo dell'avversione

  A zio Andrea.


Scrivo nei meandri dei portoni, bui, tristi, per le strade lucide, tra immondizia puzzolente, con l'arido vento che secca la pelle. Il sale negli occhi. Nulla di buono. Sognare piangendo di piangere; traduci questo povero coglione! Scrivo: un gesto misero che mi indolenzisce le spalle, svuota le viscere come il più crudo tra i Seppuku, così inviolabile sul monte viola battuto da un sole di spazzatura. Posso pensare e allora penso: contraggo i muscoli, strappo gli occhi al fuoco. Il ferro. Apatia generale, merda nei cuori. Mani beote si stringono tra i banchi di chiesa, mentre mendicanti stranieri aspettano le vostre fottute pensioni all'uscita della predica. Un povero cristo pederasta laido e bugiardo. Impaziente figlio di puttana. Aspettiamo la vecchiaia consumando i marciapiedi, i gradini del solito bar. Succhiamo la vita attraverso tubicini vaporosi e vaporanti mentre i figli piangono i nostri peccati e le nostre imperdonabili disattenzioni. Continuiamo a mandare i giovani a scuola, così, ché qualche professore “signorina” possa annoiare i cervelli freschi ed esuberanti dei nostri ragazzi. Cristo crocifisso dietro le nostre spalle e davanti ai nostri sogni, alle nostre aspirazioni e desideri. Così, come un orgia, il Sabato sera ci sbatte tutti per strada ad ubriacare e stordire queste anime fiaccate, morte. Una maliziosa puttana ci mangia il fegato servendoci da bere. I vecchi, sempre più soli, guardano inebetiti le piaghe di Padre Pio. La Montalcini crepa centenaria, in televisione. Pasolini lo hanno fatto morire a calci nei coglioni e Sodoma è solo più un ricordo vacuo, lontano, felice. Armi e fuoco prendevano il posto a pensiero e ragione quando la televisione soppiantava i nostri sogni e noi guardavamo il mondo attraverso una finestra.

Così per sbaglio, interventismo fatalista, crudele.

Spaziosa prigione per le spoglie del Re e della Regina. Povero Micca, morto scoppiato ed io, senza soldi, povero come Micca mi lavo i peli del culo dopo aver cagato. Il sole si alza e tramonta tutti i giorni. Bestia nera, morta ammazzata, il caprone salvato dal cacciatore esperto in montagna; la volta del creato, l'aria sincera, assente. Un pomeriggio presto, arrotolato in un tappeto d'erba venduto ai golfisti di ultima generazione, così il mio piscio scroscia sulla ceramica del cesso. Per questo elevato squasso mi ridono in faccia volti meschini, occhi iniettati di sangue come gondole perdute nelle acque ferme di una città morta. Così, soli, palpitiamo nel buio, mentre le nostre volontà marciscono silenziose in cantina, al fresco, umido di errori di codardia e fuochi di rabbia.

Stendo gli stracci della malinconia fuori dal balcone di una casa senza tempo. I tuoi occhi ormai stanchi e le tue mani tremanti di malattia riescono ancora ad indicare la strada delle cose che dici. Ironico e beffardo pretendi che le stringa divertito dalle tue cazzate. Vecchio coglione, cane tra i cani, lupo tra i lupi. Ancora questi fiori non si sono schiusi alle tue idiozie, si perdono però i petali della Genziana Rigens che non vuole scoprire il colore del suo stelo. Vinto, battuto da un vento invernale che mi gela i pensieri mentre le dita cadono una ad una come la cenere del mio sigaro forte, buono, sincero. Come quando la nebbia del primo mattino ti grida in faccia che è lo stesso se crepi ai cento all'ora in tangenziale o se scopri che sei un buono a nulla capace solo a riempire di parole l'aria che respiri. Mio vecchio amico Drago, ubbidiente, vola incontro agli stronzi e brucia i loro peli vetusti. Fanne un sol boccone. Dei loro luccicanti pendagli, povero te, non potrai sfamarti però. Urlano tutti facendo un gran chiasso senza che il mio mignolo si muova di un millimetro ma la Tua voce, sola, mi ha scalfito il petto. Le mie meningi prima ancora di nascere erano tra le natiche di Dio e Tu già allora ti muovevi e ansimavi mentre dentro di Te si agitavano i cazzi più diversi.